Vivere in Giappone: tutta la verità sara caulfield

Vivere in Giappone: tutta la verità

Quella in Giappone è stata una delle parentesi più indimenticabili della mia vita, uno di quei periodi così felici, che quasi nemmeno ti manca casa.

Il Giappone e Tokyo, la città in cui ho vissuto, mi rimangono nel cuore con dei ricordi pari a pochi altri. Ma anche la terra dei manga e delle cose kawaii riserva delle sfide che non si immaginano nemmeno. Si pensa sia un modo colorato e felice, invece la vita in Giappone è dura, eccome.
Il mio periodo giapponese risale al 2005 e nel frattempo molte cose sono cambiate. Ma sono anche rimaste totalmente invariate.

Vivere all’estero non è mai semplice. Il più delle volte sei solo, non conosci gli usi del posto e magari non conosci nemmeno la lingua. Anche fare una semplice spesa di prodotti di sopravvivenza al supermercato diventa una sfida. Fare il bancomat ai tempi a Tokyo, nemmeno a parlarne. In un paese come il Giappone tutto questo viene aumentato all’ennesima potenza, perché lì è tutto diverso. Tutto.

Sono partita senza molti programmi, sapevo dove sarei andata a scuola e che avevo un posto dove dormire, ma non conoscevo nessuno. Ero già stata a Tokyo in vacanza e avevo accompagnato mio padre varie volte nei suoi viaggi di lavoro, quindi conoscevo la città, ma come dico sempre, da turista è tutta un’altra storia.

Non so come ve la immaginate voi la vita in Giappone, forse da fuori sembra che si viva in un manga e in effetti un po’ è così, ma la quotidianità di chi vive e lavora in una metropoli come Tokyo è leggermente (tanto) diversa.

Innanzitutto la lontananza da casa (nel mio caso l’Italia) si è fa sentire tutta quasi interamente nella distanza fisica. Tante ore di aereo e altrettante di fuso orario rendono difficili le comunicazioni. Era il 2005 quando mi trasferii a Tokyo e non c’era nulla di tutto ciò che abbiamo oggi a disposizione per comunicare facilmente con chiunque e dovunque. Non si poteva fare affidamento a Skype (nato nel 2003, ma ancora del tutto sconosciuto nel 2005) o a WhatsApp e per parlare con la mia famiglia dovevo usare una di quelle schede prepagate che funzionavano dai telefoni fissi, digitando una serie infinita di numeri prima di poter far squillare il telefono. Un vero incubo, anche perché spesso nemmeno riuscivo a prendere la linea. Grazie al cielo oggi siamo decisamente più avanti e la tecnologia ci ha regalato mezzi incredibili con cui abbattere ogni distanza. La differenza di fuso però resta e quella va sempre messa in conto. Sono una persona che non sente molto la mancanza delle persone, non voglio dire che sono un robot senza sentimenti, ma sicuramente non sto male lontana dalle persone care. Ricordiamo che sono un acquario indipendente e solitario 🙂 La distanza da casa però a 19 anni ogni tanto si è fatta sentire, soprattutto i primi giorni in cui non riuscivo nemmeno a telefonare a mamma.

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La barriera linguistica in Giappone all’inizio sembra insormontabile anche per chi quella lingua l’ha studiata. Il giapponese che insegnano a scuola o all’università è un giapponese così diverso che quasi non si riesce a comunicare. Io l’avevo studiato e pensavo di essere imbattibile, eppure ho dovuto faticare un po’ per comprendere e farmi comprendere nel modo migliore. Fortunatamente essendo immersa in quella lingua 24/7 è stato un procedimento piuttosto veloce, ma comunque non mi sarei aspettata di non riuscire a comunicare con facilità all’inizio. Guardare la tv (soprattutto programmi per bambini e telefilm, piuttosto che i notiziari, decisamente più complicati da capire) aiuta molto. È parlare con i locali però che rende tutto più semplice, perché è quella la lingua parlata correntemente ed è anche quella la lingua che va imparata. Non dico che che quella appresa sui banchi in classe non sia quella corretta, ma è decisamente il modo di parlare che non viene usato tutti i giorni dalla gente. Questo alla fine vale per un sacco di lingue.

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Preparatevi a passare del tempo da soli. Tokyo è una metropoli che corre tantissimo e non si ferma mai. Sono tutti occupati, pieni di impegni e fanno duemila cose. Alcuni studiano e hanno un part-time job, altri lavorano come i pazzi fino a tardi o nei weekend e altri semplicemente abitano fuori città e non sempre vengono in centro. Io avevo un gruppo di amici piuttosto variegato, oltre ai locali, conoscevo alcuni stranieri che studiavano con me alla scuola di giapponese che frequentavo al mattino e nonostante varie opzioni per uscire e divertirmi, succedeva spesso che passassi del tempo sola. È lì che ho imparato a mangiare da sola, anche al ristorante. Lo fanno in molti, è parte della cultura e nessuno pensa che tu sia sfigato o solitario, è una cosa comune cenare in solitudine.

Fare amicizia non è la cosa più facile del mondo, anche per me che sono molto espansiva e friendly, per questo bisogna crearsi delle situazioni che facilitino la conoscenza di nuove persone. Frequentare un corso (che sia di lingua o di qualsiasi altro tipo) aiuterà a conoscere locali e stranieri, magari anche della vostra stessa età. Trovarsi un lavoretto part-time vi permetterà di interagire con i giapponesi e con i clienti, inoltre migliorerete la lingua in men che non si dica. Un’altra opzione (che io però non scelsi, perché in casa amo la solitudine) è condividere un appartamento. Oltre ai vostri coinquilini, conoscerete gli amici dei vostri coinquilini, gli amici degli amici in un vortice di conoscenze.

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I giapponesi di per sé non sono facilissimi da gestire nelle relazioni interpersonali, vengono sottoposti a un’educazione così dura e inflessibile sin dalla nascita che non gli permette di esternare mai quello che pensano davvero, quindi raramente mi sono sentita connessa al 100% con loro. Vengono bombardati da migliaia di pressioni e obblighi da parte di tutti tra famiglia e società e così costantemente che, anche in una situazione di relativa tranquillità come un rapporto di amicizia, si sentono sempre un po’ impacciati e sulle loro. Ho notato che i giapponesi che vivono all’estero hanno sviluppato una sensibilità e un’empatia maggiore rispetto a quelli che vivono in Giappone, proprio perché si sono liberati da una situazione di oppressione costante che gli viene buttata addosso ogni giorno. Sono comunque delle persone adorabili, generose e disponibili. Sicuramente meno espansivi di noi, quindi non ci verranno incontro abbracciandoci e baciandoci, ma comunque molto carini.

L’ambiente lavorativo è duro in Giappone. Loro sono rinomati stacanovisti e dedicano anima e corpo al loro mestiere. Se lavorate lì dovrete fare lo stesso e adattarvi. La gerarchia lavorativa è davvero molto sentita e rispettata all’ennesima potenza. Fanno inchini e riverenze a più non posso e bisogna sempre stare attenti a come ci si rivolge all’altro, superiore o inferiore che sia. In giapponese esistono delle forme verbali create apposta per riferirsi a persone più anziane di noi, più importanti di noi, oppure a familiari, sottoposti eccetera. All’inizio è stata dura e dura è continuata. Non amo particolarmente il metodo gerarchico e questo mi crea tutt’ora frustrazione. Sono pur sempre punk e rebel 🙂

Sfortunatamente esistono anche sporadici episodi di razzismo nei confronti degli occidentali, questo dovuto alla chiusura mentale di alcune frange della popolazione giapponese. Nulla di grave, ma anche qui, come in molte altre parti del mondo, succede. È accaduto sporadicamente anche a me, non in modo fisico per fortuna, ma solo verbale da parte di qualche vecchio in strada (che io ho bellamente ignorato), oppure semplicemnte non occupando il posto vuoto accanto a me in metro, per esempio. Not a big deal, sto piàù comoda io! Inoltre non importa da quanti anni tu viva in Giappone, cosa tu abbia fatto per il paese o quanti anni rimarrai ancora lì, fatto sta che rimarrai sempre un expat. Non sarai mai completamente integrato nella comunità e non ne sarai mai parte integrante al cento per cento.foto 5 (3).JPG

In questo articolo ho voluto evidenziare le note negative o meno felici del vivere in Giappone, perché spesso si tende a vedere solo il bello di certi posti (e meno male), ma non bisogna perdere il focus dei momenti difficili, sperando che questi possano essere spunto per altri che desiderano intraprendere il nostro stesso cammino. Nonostante le difficoltà iniziali il mio periodo di vita vissuta in Giappone è stato uno dei più felici e che non dimenticherò mai. Sicuramente dopo questa esperienza è cambiato tanto in me, ho capito come comportarmi in varie occasioni e a come reagire in altre. Le difficoltà dopotutto servono anche a crescere più forti e a imparare la lezione, no?

2 thoughts on “Vivere in Giappone: tutta la verità”

  1. Ciao Sara, che bel post! E’ sempre molto interessante leggere di esperienze di vita all’estero, mi mette sempre molta voglia di viaggiare.
    Per curiosita’, quanto tempo hai vissuto in Giappone? E sei andata li’ per studiare o hai anche lavorato?
    Un saluto 🙂

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